...diventerei un cane...
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Non mi va tanto di scrivere. Preferisco un pensiero concentrato, da diluire a piacimento...
Mattino d’inverno.
Latte infuso nel freddo.
Fingi che sia voce.
Ma essa è timpano di tamburo.
Ingannevole luce.
Sera d’inverno.
L’unghia acuta la fende.
Pungiti il dito e affonda.
Sangue e dolore
Ingannevole cielo.
Notte d’inverno.
Chiasso di stelle.
Leccane una e lasciala entrare.
Sapore di ghiaccio e acciaio pulito.
Ingannevole universo.
Ho dura la lingua
e dura la bocca tutta
e la mani anch’esse.
E il corpo fermo,
non il controllo sulla voce
né sulla schiena.
E le spalle adunche ho
e appuntito il naso
e la fronte in picchiata.
Ho serrata la gola
e fermo il tono.
Provare a sciogliere
le mandibole incastrate
non posso.
Ho di stecco il passo
e chiuso il corpo.
Asimmetrico
a perpendicolo
mi attorciglio
sul filo di piombo.
E sono una colonna tortile
e non statua barocca,
più del legno stentato.
La mia essenza
è un dolore
all’anca
e al ginocchio.
Entrare in macchina, con lui che da giorni era un muro e io un inerte imbecille, è stato come svegliarsi all'alba e vedere e sentire il giorno ancora tutto raggomitolato, essere avvolti dall'attimo in cui tutto è da capo nuovo e possibile, sebbene il miracolo si ripeta ogni giorno.
Vederlo col sorriso e non capire che strada stesse facendo.
Sentirlo libero da un peso, o come se stesse di nuovo respirando, luminoso o illuminato, ma poco importa, la luce c'era.
Stare lì e sentire le voci, le nostre, era come parlare per la prima volta, tra noi e di noi. La corda allentata attorno alle gole.
Vedere la città sparire dietro, non era scappare, ma avvicinarsi, riportare tutto dentro lo spazio dove il silenzio si era fatto pieno e dai finestrini farlo scivolare via. Ritornare all’essenziale.
Io avevo chiesto: dove andiamo?
Lui aveva risposto: a Piana degli Albanesi.
Abbiamo parlato del passato. Del suo e del mio. Di ciò che forse era già stato detto, ma poco importava allora. Qualcosa rifluiva ancora. Qualcosa andava e veniva, ed era tra noi, e da noi.
Arrivare lì e camminare.
Un’avventura in miniatura.
E poi comprare un cannolo e un panzerotto (loro li chiamano ravioli).
È stato come smettere di soffrire. È stato smettere di soffrire.
Quando il dolore se ne va, è come se andasse via una volta per tutte.
La ricotta che sbuca dal morso, abbondante, è ciò che di più vicino c’è all’anima che trabocca dopo la prigionia e l’inerzia.
E dopo lui e io, tra i colli come onde immobili, scivolavamo sulla strada, e il profumo in macchina è ciò che si immagina debba essere la vita in una poesia di un bambino di pochi anni.
Post
Che vuol dire sia “dopo”, che “post” inteso come quella cosa buffa che si scrive e si mette in un blog e poi tutti la leggono e ti fanno i commenti. Oggi per me è molto più un post che un post, non so se mi spiego. Il “dopo” che succede a tutti i giorni in cui non ho scritto un cacchio, che però non vuole essere un resoconto palloso tipo diario di Melissa P., in cui tutto ciò che una comune ragazzina di tredici anni fa al giorno d’oggi, viene spacciato per roba scabrosa e scandalosa…me ne guardo bene.
Post inteso più come “eccomi qui, son tornato”, e ciò non vuol dire che voi dobbiate sapere per forza ciò che ho fatto nel mentre. Tutto il contrario…vi beccate quello che ho pensato mentre andavo a comprare la tachipirina compresse 500 per la mia mamma che ha la febbre.
Passeggiavo e canticchiavo, come del resto faccio sempre (penso che la gente che mi becca con l’espressione concentrata e altamente espressiva ormai lo sappia: piunehai inventa canzoni in mezzo alla strada e ne stravolge altre). Fatto sta che d’un tratto mi sono trovato a canticchiare non già la hit del momento (del mio momento, che, tengo a precisare, non corrisponde per nulla a quella proclamata su trl), bensì una vecchia canzone scritta da…rullo di tamburi…da me!
E mente pensavo a quanto non fosse affatto male, a quanto mi piacesse cantarla con la mia voce matura (nove anni dopo…ahimè), a quanto fosse un miniprivilegio riarrangiare anche solo con lievi vibrati, quello che un tempo era venuto fuori come la sudatissima e nervosissima incisione di un brufoloso, mi veniva in mente che a sedici anni ero un ragazzo che credeva con spropositata passione alle favole. Credeva che avrebbe imparato a suonare magistralmente la chitarra con le sue forze, che avrebbe raggiunto un palco e suonato per migliaia di persone, che avrebbe stretto la mano al suo mito e gli avrebbe fatto mille domande; un lattante che schiacciava rec e play, chiuso nella sua stanza, e fingeva che quello fosse l’inizio di qualcosa di grande, che fosse in nuce ciò che il suo futuro sarebbe stato: non faceva altro che preparare e anticipare l’avvenire. Un ragazzo che adesso, ormai fuori dalle scene, si trova ad avere come unico fan se stesso, un alter ego che più che fantasticare, prova a programmare, e la cosa, lo sapete già, è molto meno saporita.
E io, da fan, di me stesso, mi dico bravo. Bravo perché sono sopravvissuto al tempo, perché mi sono ricordato di me e sono rimasto nella mia storia. Bravo perché ho scritto per me stesso un pezzo – ma che dico uno, saranno almeno una trentina – che è rimasto sempre verde, che anzi, come un vero pezzo della storia della musica, si è ingigantito, è diventato una realtà a sé, una cosa viva che ritorna in vita con voce nuova, che è ormai pura forma di qualcosa che si rinnova incessantemente nel pensiero. Bravo perché ho creato qualcosa, con un significato.
Così me ne andavo passeggiando e canticchiando e sapevo solo io cosa e perché stessi cantando, e, al contrario di quello che avrei desiderato nove anni fa, non avevo un pubblico di migliaia di persone, ma solo qualche passante di fretta, che, nel vedermi tutto concentrato a beccare la nota, si sarà chiesto cosa cantavo.
Forse, però, con l’età i sogni non decadono. Forse si fanno solo più pesanti e più articolati, forse si avvicinano e basta alla programmazione, ma non coincidono del tutto con essa. Siamo noi che poi mettiamo le mani su tutto, nervosamente, e ci troviamo immersi nella vita e una volta lì non c’è più spazio per nulla, solo per la sopravvivenza.
Quando mi ritroverò a non avere quello che ho desiderato o a contarmi gli spiccioli in tasca, voglio cantare le mie canzoni, devo farlo, imbracciando la chitarra o sussurrandole a solo. Mi ricorderà che nulla muore, nulla di noi può farlo e nessuno può mettere le mani sulle nostre cose segrete.
Poi ci fu la pioggia,
la pioggia senza odore,
che fece ancora acqua,
acqua e vapore,
sotto gli ombrelli neri,
gli ombrelli della gente,
che dormì tutta la notte
sotto gocce di niente,
perché prima c’era la pioggia
e poi non c’era più.
Ebbene sììììììììììììììììììììììììììììììììììì
ìììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììì
ìììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììì
ìììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììììì
!!!!!!
Capita che si ha una cosa in testa, ammassata nel centro, o in periferia, e se ne percepisce l'interezza, la forma, il progetto. Capita che si ha questa cosa e non c'è posto oscuro e sotterraneo dove non ci sia anche lei, che ti lampeggia o che sta solo accesa come una spia. E allora è come vivere una doppia vita, avere un amante segreto, amici immaginari; oppure assomiglia alla paternità, vedere una cosa che prima è un agglomerato e poi si sgomitola, si schiude e sta alle tue dita lavorare di precisione, per distinguere i fili e intrecciarli diversamente. Quando succede, quando questa cosa è tutta racchiusa, si è felici, perchè è un'idea. Si è felici perchè è una creazione. E allora si cammina per strada, con il motore scassato, le infradito, la maglietta a maniche corte, si sente l'estate e l'idea che pesa in testa e che è formidabile, è perfetta; si cammina e si percepisce, al centro della gola, che tutto ha la misura del tuo corpo, che aderisce, che il mondo ti calza.
Poi la cosa sembra abbastanza grande da poterla mettere fuori. E allora si butta giù. Però quando apri la porta, vedi che non è intera, non la stringi in un pugno, non la vedi come la vedevi quando era dietro gli occhi. Ora che è davanti sembra che stia per morire e la devi salvare, metterle il respiro in bocca prima che sia troppo debole per potere succhiare quello che le dai. Ma vedi che è terribile, disgustosa, che non la volevi così e avvicinare le labbra dà fastidio. L'istinto di vita langue nella noia, e lasciarla spirare così non provocherebbe dolore. Quando era dentro era tua, ed era perfetta. Quando è fuori ti delude, non vuole stare ferma, si nasconde perchè è nuda e la sua nudità imbarazza anche te. Come una donna che hai amato nel mito e che adesso puzza di sudore sul divano dove ti ha goffamente dato quello che volevi. Allora non si ha più voglia di sentirsi il mondo addosso come un pigiama. Si ha solo voglia di lasciar perdere e provare a scovare un'altra forma totale lì in mezzo al cervello.
a mimi l'avevo detto che avevo scritto poesia su cosa che lei aveva a me detto al telefono, e allora la posto così lei se la legge e la leggono tutti e tutti siamo più contenti, no?
Che sarebbe di noi se fossimo generosi,
se fossimo nell’ombra cortesi
distesi di fianco e pacati.
Che sarebbe se fossimo posati e silenziosi,
se fossimo attenti e timidi
nell’abbraccio e nello sguardo.
Che sarebbe se cambiassimo voce per chiamarci,
se stringessimo labbra per premere le sbavature,
e schioccassimo la lingua in silenzio.
Che sarebbe di noi, amore, se mangiassimo pane
per non ingrassare, per conservare lo stato
in cui ci incontrammo.
Che accadrebbe se i nostri nasi pulissimo
con panni bianchi, senza braccia nude
per non dovere inorridire.
Se volassimo bassi, che sarebbe, amore,
troppo vicini al selciato, che è adesso tutto selciato,
se non trovassimo prati.
Se avessimo paura, che, amore, ne sarebbe
di noi e dei pensieri che abbiamo,
se non volessimo fare un passo di troppo.
Che sarebbe, amore, credo, di noi,
se a noi tutto spaventasse, come i bambini,
se tutto credessimo nascosto nel buio.
Se avanzassimo nel circolo, che, amore,
ne sarebbe, amore, di noi, cosa, senza uscirne,
neanche il brivido della bravata.
E cosa sarebbe di noi se stessimo agli ordini,
se mettessimo calze nere, se non lasciassimo tracce,
se spolverassimo anche le posate e il cibo.
Cosa accadrebbe a noi, cosa, amore,
se evitassimo l’umanità e l’errore,
se ci congelassimo nel sorriso.
Cosa ne sarebbe, amore, del nostro amore,
se fossimo obbedienti.